Archivio Dicembre 2011


Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di aver incrociato il nostro cammino.
Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.
Tutti li chiamiamo amici e ce ne sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici
Il primo che nasce è il nostro amico Papa’ e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita.
Dopo vengono gli amici Fratelli e Sorelle con i quali dividiamo il nostro spazio affinchè possano fiorire come noi.
Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene.
Ma la vita ci presenta ad altri che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino.
Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima.
E alle volte uno di questi amici dell’anima si infila nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato.
Egli ci da’ luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi.
Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un’ora.
Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro.
Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra.
Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l’estate dopo, e altre permangono per molte stagioni.
Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che perdiamo continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria.

(by FanTaSia to Marty)

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Noi siamo le stelle del cielo,

cantiamo con la nostra luce.

Noi siamo gli uccelli di fuoco

voliamo sopra il cielo.

La nostra luce è una voce,

tracciamo la strada per gli spiriti che la seguono …

(testo in lingua aborigena australiana)

Fuori?

Dammi il tuo suono …

Dammi il tuo suono…

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La celebrazione del Natale è un evento spirituale molto importante e nasconde un significato più profondo di quello che siamo abituati a dargli distratti dalle nostre usanze e da riti più pagani che spirituali.
E’ collegata al solstizio d’inverno che, a sua volta, rappresenta una porta, l’ingresso simbolico ad uno stato superiore di consapevolezza.

Nel solstizio d’inverno abbiamo la notte più lunga ed il giorno più breve dell’anno. Il sole tocca, a mezzogiorno, il punto più basso dell’orizzonte e muore per poi rinascere. Da quella data le ore di luce cominciano ad aumentare ed il Sole torna ad illuminare “la notte” perpetuando e rinnovando il ciclo infinito della vita. In questo evento si legge la vittoria della “luce” dell’anima, della fede, sul buio dell’ignoranza, dell’assenza dell’ispirazione divina.
Dicembre è, in natura, un mese di preparazione per la nuova vita, ancora tutto è fermo nel freddo dell’inverno, però sotto la superficie c’è il seme del prossimo raccolto. Le tradizioni provengono dalle usanze popolari e questa del Solstizio esiste da tempi veramente lontani. La notte del 21 dicembre è stata sempre considerata la notte più magica dell’anno, da trascorrere tra grandi feste e sacrifici di ringraziamento agli dei.

Dalla Siberia all’Inghilterra, dai popoli europei a quelli del mediterraneo, era tutto un fiorire di riti che celebravano quest’unione tra il grande buio e la luce. Il Sole era ritenuto un Dio o, meglio, la personificazione di una deità e il diminuire del suo calore e della sua luce veniva considerato quasi un segno di declino da sconfiggere. I popoli antichi erano legati ai cambiamenti della terra e degli astri e ad essi attribuivano il buon risultato dei loro raccolti. Tali festeggiamenti venivano fatti  anche per ringraziare il calore della luce solare che tornava a nutrire le piantagioni.
La data del 25 dicembre non è stata scelta a caso ed è legata ad eventi astronomici e ad antiche forme di religione, ciascuna delle quali vedeva nel Sole un’immagine divina. Nei culti di vari paesi è narrata l’uscita dal grembo oscuro della terra di un “raggio solare”….. di qualcuno veramente speciale venuto per riportare la Luce sulla terra.
Questa data segnava la nascita d’importanti divinità, come ad esempio il Dio Mitra, festeggiata in Persia, o la nascita di Osiride e di suo figlio Oro in Egitto. In Babilonia si celebrava il dio Tammuz, figlio della dea Istar, rappresentata con il bimbo in braccio e un’aureola di dodici stelle attorno alla testa. L’elenco potrebbe continuare ma quello che a noi serve notare è che quelle citate sono tutte divinità “solari”, appartengono cioè ad un mito, ad un Dio solare.

Ma perché la data di queste nascite sacre, collegate al solstizio, è il il 25 e non il 21?
Probabilmente perché nei giorni dal 22 al 24 dicembre il Sole, nel suo moto apparente, sembra fermo (Solstitium significa “Sole fermo”) e per tre giorni circa sorge sempre allo stesso punto, poi il 24 mostra di riprendere il cammino avviandosi, di giorno in giorno, verso l’altro momento forte del suo percorso: il Solstizio di Estate.
Il nostro Natale è legato alla tradizione dell’antica Roma e dovrebbe coincidere con la festa del Sole Invitto: il dies Natalis Solis Invicti. Il primo Natale del Sole Invitto venne festeggiato a Roma e in tutto l’impero il 25 dicembre del 274 d.C. per ordine dell’ Imperatore Aureliano. Su questa festa si sovrappose poi il Natale cristiano.
Ma questa ricorrenza, dentro di noi, nel nostro inconscio collettivo, non è la semplice sovrapposizione di una festa cattolica su credenze, miti e riti dell’antichità ma un insieme di profondi simbolismi spirituali che emergendo dai nostri bisogni interiori si perpetuano di generazione in generazione da tantissimi anni.
La nascita di Gesù Cristo a Betlemme rappresenta il simbolo, l’archetipo della nascita della coscienza spirituale nella nostra consapevolezza umana, perché quando ci risvegliamo alla luce del Sole ed usciamo dalle tenebre interiori, date dalle cattive abitudini, dall’indifferenza, dall’egoismo, ritroviamo il valore della vita e la nostra serenità.

 

 

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Due mesi di meditazione
«cambiano» davvero
il cervello

Due mesi di meditazione producono effetti visibili sulla materia grigia. Tanto è necessario secondo uno studio del Massachusetts General Hospital che per la prima volta ha stabilito con esattezza la “soglia” misurabile oltre la quale le tecniche di rilassamento cambiano il cervello: 8 settimane producono effetti associati a memoria, empatia e, per l’appunto, stress. Lo studio, pubblicato sulla rivista Psychiatry Research: Neuroimaging, ha “arruolato” 16 persone alle quali i ricercatori hanno “scattato” foto cerebrali prima e dopo un corso anti-stress presso l’Università del Massachusetts. Il confronto non lascia dubbi secondo gli scienziati: la densità della materia-grigia nell’ippocampo è davvero aumentata alla fine del percorso. Proprio l’ippocampo, ricordano, non è una regione del cervello qualsiasi, ma la “cabina di regia” di apprendimento e memoria. “È affascinante osservare in questo periodo i cambiamenti plastici del cervello”, afferma Britta Hölzel, tra gli autori dello studio.

I partecipanti allo studio hanno eseguito le tecniche in media per 27 minuti ogni giorno. Il protocollo comprendeva esercizi guidati per migliorare la consapevolezza. Oltre all’influenza sull’ippocampo, gli strumenti diagnostici a disposizione dei ricercatori hanno potuto rilevare un miglioramento nella funzione dell’amigdala, nota per svolgere un ruolo cruciale su ansia e stress. Attenzione, però, 8 settimane “cambiano” cervello, ma non eliminano lo stress. “L’esperienza personale dello stress non può essere ridotta solo con un programma di formazione di 8 settimane – avverte Amishi Jha, un altro dei ricercatori -, ma la scoperta apre le porte a possibilità per ulteriori ricerche sul potenziale delle meditazione come via per proteggere contro i disturbi legati allo stress, come quelli da stress post-traumatico”.

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Qual è il Tom Waits che vi piace di più? Quello apparentemente disordinato e rumorista? Quello rarefatto e lirico? Quello che come nessun altro reinterpreta i suoni del rock e del blues delle origini? Il narratore di storie surreali? Perché in “Bad as me”, quel Tom Waits c’è. C’è persino il Tom Waits notturno e jazzato che non ascoltavamo da chissà quanto tempo. E tutto questo senza che “Bad as me” – 17° disco di studio, il primo di inediti in 7 anni da “Real gone” – suoni come un disco autoindulgente o autocitazionista. Perché Waits è sempre stato l’opposto di queste due caratteristiche tipiche di tanti artisti della sua età, della sua fase della carriera. E continuerà ad esserlo.
“Bad as me” è un piccolo capolavoro, nella sua varietà. L’inizio inganna, con un rock scuro in puro stile Waits, dedicato alla città del Blues, Chicago, in cui si fondono tre immensi musicisti: i fiati di David Hidalgo (Los Lobos) e le chitarre di Keith Richards e di Marc Ribot. E’ una delle canzoni che anticipano uno dei temi del disco, ma di certo non l’unico. E sì, per la cronaca, Richards e Ribot si ritrovano a sfidare le chitarre anche in “Satisfied” – omaggio a “Satisfaction” e ai Rolling Stones, in cui Waits cita direttamente Jagger e il suo alter ego. Ma non è il momento migliore del disco: è “solo” una bella canzone, la logica prosecuzione di quel filone “roots”-rumorista che Waits frequenta dagli anni ’80, da quando passò alla Island dopo il periodo “notturno” della Asylum. Un filone in cui Waits si sbizzarisce anche questa volta (soprattutto in “Hell broke luce”)
No, i momenti migliori del disco sono quelli lirici. Il momento più bello di di Richards, per intenderci, non è dato dalla sua chitarra (che compare in 4 brani), ma dalla sua voce rotta che fa da contro canto a quella di Waits in “Last leaf”, ballata acustica emozionante, che ricorda i fasti di “That feel” (“Bone Machine”, 1992, che i due scrissero e cantarono assieme).
Su questo genere ci sono tanti esempi, in questo disco. C’è “Face to the highway”, c’è “Back in the crowd”. C’è la finale ed emozionante “New year’s eve”, con una dizione ed una cantilena che ricordano un altro maestro, Leonard Cohen, con una melodia che cita la canzone di fine anno per eccellenza, “Auld lang syne”.
E c’è soprattutto “Kiss me”. Dove riaffiora il Tom Waits che non ti aspetti: quello notturno della prima fase della carriera, del periodo Asylum. Contrabbasso in primo piano, chitarra e poi piano in lontananza, lui che canta “Kiss me, kiss me like a stranger once again”. Quelle atmosfere da “Nighthawks at the diner” che Waits sembrava avere rinnegato da tempo, quelle che lo hanno fatto conoscere a molti di noi. Lo promettiamo, Tom: se un giorno deciderai di tornare a fare questa musica, non ti accuseremo di essere autoindulgente. Ascolteremo rapiti, e basta.
Non è l’unica canzone dove si sente il piano, completamente rinnegato in “Real gone”. Anche se è evidente, come hanno notato su Mojo, che il suono distintivo della musica di Waits è la chitarra di Marc Ribot, presente praticamente in tutte le canzoni e ormai parte del DNA di questo artista.
Ma questa volta Waits ha deciso di presentare tutti, ma proprio tutti i lati della sua musica, offrendoci la sua musica migliore da quelle “Mule variations” che l’hanno riportato sulle scene alla fine degli anni ’90 e che hanno inaugurato un decennio davvero memorabile. Un decennio (12 anni, per la precisione) che trova il suo punto più alto in questo gioiello dal titolo di “Bad as me”.

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 Arco d’amore

 Il cielo mi stupisce

con due arcobaleni che si intrecciano

la magia mi incanta,

ed io resto con lo sguardo avvolto

nei colori della vita

Sento il mistero e la corda,

ciò che ero e ciò che sarò,

tutto può diventare arcobaleno

se alzi lo sguardo

senza aspettarti il cielo

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